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Il Terzo Mondo? Siamo noi

DALLE TORRI DI ORANO ALL’ISTITUTO ALGERO-ITALIANO. La porta dell’Algeria si era aperta al nostro Istituto nel 2007, in occasione della consulenza data in quel paese allo studio del calcestruzzo per la costruzione dello stupendo Centro Direzionale di Orano, un complesso di nove torri di 37 piani cadauna fuori terra (foto a destra).

In seguito all’assunzione di questo impegno e allo sbocciare di relazioni economiche, professionali ed umane, siamo stati recentemente invitati a presenziare al Batimatec 2009, la principale fiera algerina sul mondo delle costruzioni, durante la quale l’Istituto ha tenuto due convegni: uno sulla durabilità del calcestruzzo e l’altro sulla pavimentazione industriale in postensione.

Questi incontri saranno ripresi ed approfonditi in collaborazione col Politecnico di Algeri nel corso del prossimo mese di aprile, nel quale verrà tra l’altro inaugurato il nuovo “Istituto per il Calcestruzzo algero-italiano”, corollario di due anni di relazioni intense con il paese maghrebino.

LE SUPER-AUTOBETONIERE ITALIANE, E IL NOSTRO DISAGIO. Durante i convegni tenuti al Batimatec, estremo scalpore ha suscitato tra i professionisti algerini venire a conoscenza che nel Belpaese il premescolatore per la preparazione del calcestruzzo è un optional (in Algeria, per qualcuno paese del terzo mondo, è obbligatorio per legge). C’è chi è arrivato a chiedermi se in Italia esistessero autobetoniere particolari, speciali, ipertecnologiche… tali cioè da non da farle ritenere ciò che in Algeria in effetti sono: comuni mezzi di trasporto per calcestruzzo…

Confesso di avere provato molto disagio: mi occupo di calcestruzzo da 48 anni, e non è stato facile ammettere che qualcuno a cui mi rivolgevo per presentare nuove tecnologie avesse armi così elementari per mettermi in difficoltà…

LO STUDIO INCOMPIUTO. Quel contesto mi è però servito per ripensare al nostro studio sulla premescolazione effettuato nel corso del 2008 e presentato ad un convegno dedicato durante l’ultimo Saie a Bologna (vedi COSTRUZIONI, Febbraio 2009, pag 50, n.d.r.). Ebbene, nonostante il nostro impegno e la nostra professionalità nel condurlo e portarlo a termine, volutamente o no è rimasto “incompiuto” proprio in dirittura d’arrivo: infatti le conclusioni di carattere economico e funzionale non sono ancora state tracciate. Sono importanti quelle valutazioni, lo sono davvero: per chiarirci una volta per tutte cosa c’è dietro alla crociata italiana verso la premescolazione. Ho letto recentemente sul numero di Febbraio di questa rivista un giro di interviste per confrontare le opinioni delle aziende sul tema (pag. 52-53, n.d.r.), interviste dalle quali sono emerse dichiarazioni di questo tipo: “È il mercato a non chiederci un calcestruzzo premescolato”, “Il mercato non giustifica la modifica degli impianti per i suoi costi e per la mancanza di richiesta”, “L’uso del premescolatore è condizionato dalle modalità di impiego o meglio dalle distanza di utilizzo”, “La norma non lo impone, pertanto…”, “Il mio sistema è senz’altro migliore”.

Alla fine di questo giro di opinioni (alcune delle quali posso ritenere in buona fede) la domanda, come qualcuno diceva, mi è nata spontanea: “ma sappiamo quello che stiamo dicendo, visto che non sappiamo quello che stiamo facendo?”

PARTE UN NUOVO STUDIO. È evidente come il problema sia da un lato di cultura produttiva, e dall’altro di interessi particolari. E allora l’I.I.C. vuole per l’ennesima volta provare a dare il suo contributo: un nuovo studio sulla premescolazione, senza committenza, su nostra esclusiva iniziativa, portato avanti con le nostre risorse economiche e materali e dai nostri uomini, uno staff di tecnici formato ad hoc.

Lo studio sarà libero e aperto a chiunque voglia apportare il suo contributo. Per l’occasione all’interno del nostro sito verrà aperto un forum dedicato, e nelle pagine associative su questa rivista vi sarà un aggiornamento mensile sullo stato di avanzamento lavori.

I risultati, questa volta, non si limiteranno ai soli dati tecnici, ma produrranno dati economici e gestionali, con l’obiettivo di aprire gli occhi a chi in buona fede li tiene chiusi. Denunciamo fin da subito che lo studio non è aperto a coloro i quali sono in mala fede: conosciamo già le loro inamovibili posizioni, e le ragioni della loro ostinazione.

Silvio Cocco

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